lunedì 6 luglio 2015

Lacrime nel vento


Quarto racconto della raccolta "Storie di realtà parallele".

Cammino per la via centrale della città, è quasi Natale. Si sentono intonare canti in tutti gli angoli, in tutte le chiese. I commercianti ti accolgono con un sorriso ed i negozi di caramelle sono strapieni di bambini che cercano di racimolare il loro bottino.

Sono stata anch'io bambina, ma non ricordo bene la mia infanzia, sembra quasi una stanza buia della mia vita, un posto nel quale tutte le mie azioni siano state cancellate, tutto il mio tempo sia passato senza che mi rendessi conto di nulla.
Continuo a camminare in quella via gremita di gente. Genti di ogni nazione, costumi e lingue camminano uno a fianco all'altro con quello stupido sorriso stampato in faccia.Non li odio, ma non capisco perché il Natale renda tutto così lucente e trasformi le persone nelle personificazioni della gentilezza e della cortesia.
Decido di fermarmi, c’è qualcosa che mi attira: una vetrina. Vendono libri, ma sono libri vecchi, smessi. Non vi è nessuna ghirlanda o decorazione natalizia all’esterno, solo un’insegna logora, della quale si distinguono solo le prime due lettere: fa.
Titubante, decido di entrare. L’aria all’interno è polverosa, la luce che proviene dall’esterno è filtrata dalla forte presenza di acari.
Alla cassa, un vecchio signore, con una lunga barba bianca e quattro denti, mi sorride. Ricambio con un timido sorriso e mi metto alla ricerca di una lettura leggera, interessante e poco impegnativa. Decido di cercare nel reparto fantasy, non il mio genere, ma comunque pieno di volumi interessanti.
La polvere regna sovrana negli scaffali, l’odore di legno ammuffito rimarca tutto il negozio.
Cerco di smuovere la polvere e noto un libro, con la copertina gialla. Mi colpisce, come un fulmine a ciel sereno, mi smuove qualcosa dentro la testa, i ricordi iniziano a emergere come un vulcano in eruzione, come se il tappo fosse rimasto lì per troppo, troppo tempo.
Un lampo e tutto sparisce. Mi ritrovo in una casa familiare quanto sconosciuta.
Sono io, alla finestra, con quel libro in mano, ma non sono io.
Sono, diversa. Sono una bambina.
La storia mi prendeva tanto che non riuscivo a staccare gli occhi dalle pagine. Mentre seguivo con attenzione la trama, la quale assorbiva tutta la mia attenzione, sentii un improvviso rumore che saliva dalla strada. Sarà stato un incidente, pensai. E ripresi a leggere. Ma subito dopo ecco un altro colpo. Il vetro della finestra tremò. Perfino il libro tremò tra le mie mani. Ma non volli a nessun costo staccarmi da quella pagina. Che m’importa di quello che succede in strada! Mi dissi. Al terzo colpo però è la casa intera che si scosse e traballò. E non riuscì a non alzarmi ed avvicinare la faccia al vetro. Quello che vidi mi fece cadere il libro dalle mani.
Una macchina era appena esplosa, poi un’altra, ed un’altra ancora.
Poi, il silenzio più assoluto, piangevo. Raccolsi il libro da terra, tremavo come una foglia nuda d’inverno, una foglia secca che ormai non ha più valore. Non sapevo il perché, le lacrime scendevano da sole, lasciai il libro lì, sul davanzale di quella finestra, non l’avrei più rivisto, fino ad oggi.
Aprii la porta, e corsi giù per le scale, un altro boato mi fece sobbalzare. Cercavo mia madre, o mio padre, ma non riuscivo a trovare nessuno. Urlavo, ma qualcuno, la fuori, urlava più di me. Le sirene si facevano più vicine, ma un rombo simile ad un tuono fece esplodere i vetri del piano terra.
Fui scaraventata contro il muro, battei la testa e svenni.
Mi risvegliai all'inferno, vi era fumo ovunque, ero sola.
Mi faceva male la gamba, era calda, pulsava, era bagnata.
Provai ad alzarmi ma caddi a terra, e di nuovo, fino a quando sentii due braccia forti sollevarmi e portarmi fuori.
Non era mio padre, era un ragazzo giovane, avrà avuto trent’anni. Mi sorrise, ma io non riuscii a cambiare la mia espressione facciale. Ero impietrita, ero spaventata, volevo i miei genitori.
Mi curò la ferita alla gamba come meglio poté e sparì in mezzo alla folla.
Ero sola, nuovamente, non sapevo dove fossero i miei genitori, avevo fame; non potevo restare lì. Mi alzai con molta fatica, avevo bisogno di trovare un posto dove mangiare.
Camminai per non so quante strade, sembravano tutte uguali, erano tutte uguali, zoppicavo.
Trovai un piccolo bar, il gestore, spaventato almeno quanto me, mi fece entrare e mi diede una cioccolata calda.
Piansi, come non avevo mai pianto. Volevo tornare a casa, volevo il mio libro, volevo sapere dove il coniglietto sarebbe finito, volevo sapere se e quando sarebbe riuscito a tornare a casa.
Camminai tutta la notte. Perché erano esplose quelle macchine? Perché davanti a casa mia?
Dovevo tornare lì. Dovevo trovare tutte quelle vie che mi avevano portato via dal mio libro, quelle vie che mi avevano allontanato da mia madre, quelle vie, tutte così uguali.
Seguii i rumori, seguii le sirene che non smettevano di suonare. Erano blu come il cielo, forse un po’ più blu, e rosse, rosse come il sole quando sparisce dietro la montagna.
Tornai a casa, ma non la trovai, non c’era più casa, né mamma, né papà.
Non c’era il coniglietto rosa, dove era la mia casa?
Sentii tante persone piangere quella notte, vidi tante lacrime scendere.
C’era una radio accesa, una voce parlava, era una voce triste, fredda, quasi meccanica.
“E’ scoppiata la guerra” diceva la voce “E’ iniziata la guerra per avere il potere.Signore e signori, questa è la guerra dei poveri, poiché solo i poveri perderanno tutto. Signore e signori, questa è la guerra degli innocenti, poiché solo gli innocenti…”
Non potevo ascoltare ancora, mi venivano le fitte allo stomaco.
Vomitai più volte e piansi.
Camminai per uno o due isolati, o forse dieci. Dormii in piedi, ma non dormivo realmente. Pensavo a cosa fare, a dove andare, ma la mia testa era vuota, non avevo più nulla.
Avevo solo quattordici anni e tanta paura.
Mi fermai davanti ad un negozio di elettronica, aveva una tv accesa in vetrina.
Mostravano le foto di chi aveva perso la vita nelle esplosioni della notte.
I miei genitori non c’erano, magari erano sopravvissuti, magari mi stavano cercando.
Un barlume di speranza comparve nel mio cuore, forse potevo ancora riempire quell'angosciante vuoto che mi logorava dall'interno.
Ma tutto si distrusse all’improvviso.
La guerra era alle porte, e i rumori iniziavano ad essere chiari: spari, spari in lontananza, grida.
Grida di donne, grida di madri, di uomini che cercano di salvare le proprie vite, di salvare le vite di chi amano, di cercare un riparo, di scappare dalle proprie invenzioni malsane.
Passi, urla, esplosioni, sempre più vicini, venivano a prendermi nella notte più buia della mia vita.
Iniziai a correre, nelle gambe avevo una forza mia vista prima, la forza della paura.
Corsi per metri, chilometri, senza fermarmi. Corsi verso mia madre, corsi verso il cielo, il vento mi trasportava, mi cullava e mi allontanava dalle mie paure.
Ma non ero abbastanza veloce, come si può essere più veloci della luce, pensai.
Le luci mi raggiungevano, luci rosse, luci di morte; una mi passò così vicina che potevo sentirne il calore.
Poi vidi un’altra luce, piccola, poi sempre più grande. Veniva verso di me, voleva darmi il suo caldo abbraccio.
Poi nero.
Mi svegliai in ospedale, era tutto così, bianco.
Mi faceva male tutto, dal bacino in su, impazzivo dal dolore.
Provai a muovermi ma l’unica cosa che riuscii a muovere fu il quinto dito della mano destra, e subito mi si avvicinò un infermiere. Mi cambiò la flebo e andò via con un sorriso.
Passarono velocemente i giorni, ma non riuscivo a sentire le mie gambe. Dove erano le mie gambe?
Le avevo perse, insieme a tutta la mia vita. Avevo perso la voglia di vivere, avevo perso il mio libro, la mia famiglia, la mia casa, la mia terra.
All'improvviso, eccomi di nuovo fuori dal libro.
Sono in una libreria, polverosa e ammuffita. Spingo la mia carrozzella fino al bancone, e mostro il libro.
Il vecchio sorride e mi dice “Quel vecchio ammasso di pagine ammuffite, seriamente? Te lo regalo, non vale nulla!”
“Grazie, lei è veramente gentile, ma questo ammasso deforme di pagine è la mia vita, tutta la mia vita, quindi vorrei che mi dicesse il prezzo.”
Una volta pagato, esco all'aria aperta. Strano quanto la mia vita costi così poco, ma una vita può valere davvero qualcosa?
Continuo a muovermi tra la folla, avvicinandomi ad un parco e, cercando, riesco a trovare riparo sotto un grosso albero, una quercia credo.
Apro finalmente il libro, sento l’odore di vecchio salirmi in testa, e inebriare i miei sensi.
Pagina sessantatré, capitolo nove, il coniglietto rosa torna a casa.
Forse la mia vita non era finita.


Alessio Piscedda


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